Segnalazioni

Segnalazione: “Il tempo rubato” di G. Pantano

Appassionati di thriller?
Il tempo rubato” di Giuseppe Pantano fa al caso vostro!

Con doppio estratto, trama e tanti dettagli, questo articolo vi mostrerà una piccola anteprima del mondo del libro che vi sto per presentare!

Scheda tecnica

Titolo: Il tempo rubato
Autore: Giuseppe Pantano
Editore: Self publishing
Genere: Thriller psicologico
Pagine: 270
Costo: € 14,00 cartaceo – € 7,94 ebook
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Il senso del tempo

Ognuno di noi ha un altro essere dentro di sé. Costui può rimanere in silenzio anche per molto tempo, fino a quando non sconfigge la perenne menzogna che lo tiene prigioniero.

Trama

"Il tempo rubato" di Giuseppe Pantano
“Il tempo rubato” di Giuseppe Pantano.

Mark Spencer è un Manager di successo e attento alle esigenze della sua famiglia. Qualcuno lo ha colpito con 8 coltellate profonde nel salotto della sua abitazione a Parigi. Chi lo ha colpito? Per quale motivo?


Le ombre di un passato agghiacciante si intrecciano con un presente difficile e tormentato, in un’escalation di forti emozioni, di drammi, di delitti e di colpi di scena. L’uomo e il manager si ritrovano al centro di un vortice in cui l’inesorabile passare del tempo appare scandire il ritmo di un’ineluttabile destino che arriverà a chiedere conto del tempo rubato.
L’incessante scorrere del tempo racconta, alternativamente, le opposte fortune dei protagonisti e li mette di fronte alle loro debolezze, alle loro contraddizioni e ai loro difetti. La vita di Mark deve fare i conti con un presente difficile e con un pesante passato, dai quali abissi, la sua coscienza risorge per vendicarsi.
La storia si nutre di sentimenti forti, come l’astio, la vendetta, la crudeltà. Essi Giuseppe Pantano sono mossi da atteggiamenti e da comportamenti altrettanto forti come l’invidia, il servilismo e il tradimento.

Primo estratto

15 LUGLIO 2017 – L’ INIZIO


“E improvvisamente lo seppi. Dopo anni interi a immaginare come potesse essere il momento del trapasso, in un attimo ebbi la risposta. Intere generazioni di uomini, da millenni, si sono posti spesso la stessa domanda.
Cosa succede dopo?
Cosa ci accade quando il cuore cessa di battere?
Per molto tempo in passato ero stato tentato di acquistare libri di persone che raccontavano l’esperienza vissuta durante il coma, da cui poi per qualche inesplicabile ragione, erano riusciti ad uscire e tornare al di qua. Avevo anche visto un film che, più di altri, aveva tentato di tradurre in immagini sul grande schermo le sensazioni della morte. Era un film degli anni 80, il cui protagonista era uno dei miei attori preferiti, Christophen Walken il quale, insieme a Natalie Wood lavorava ad un progetto avveniristico. Grazie a quel progetto era stato prodotto un macchinario che permetteva di registrare delle attività e trasmetterne le relative sensazioni ad altri.
Le sensazioni erano talmente reali che si poteva sciare stando comodamente seduti sul divano, oppure fumare senza avere affatto una sigaretta tra le dita. Bastava solo indossare una specie di casco e attivare il nastro registrato da altri che avevano realmente fatto quelle cose. Nel film succedeva che Walken, entrato in possesso del nastro registrato dalla Wood durante la sua morte, visionasse e provasse su di sé le sensazioni registrate dall’amica. Per rappresentare le sensazioni del momento del trapasso il regista, Douglas Trumbull, aveva popolato lo schermo di scenari bui, oscuri, in cui un tunnel fatto di membra attorcigliate si avvolgeva intorno a se stesso e dava un senso di movimento, alternativamente veloce e lento, in direzione di una luce assoluta, irresistibilmente attraente. Durante questo moto circolare del tunnel, si susseguivano immagini prese dalla vita della protagonista. Gocce di ricordi, fotogrammi di episodi e frammenti di
un’esistenza, snocciolati e riassunti all’attenzione dello spettatore.
Benché avessi sempre resistito alla tentazione di credere a simili testimonianze, mi ero spesso soffermato a leggere articoli di riviste o estratti delle copertine degli stessi libri che rifiutavo di acquistare. Si parlava sempre di questo tunnel buio, con una luce in fondo, di una sensazione di pace e di appagamento che invitava ad abbandonarsi all’oblio. La forza persuasiva rappresentata dalla luce trovava, come spesso sottolineato nei racconti dei sopravvissuti, un’opposta resistenza, di pari intensità, che richiamava al ritorno alla vita. Si narrava che la voce dei congiunti, figli, coniugi, fratelli o genitori, fosse stata spesso risolutiva nel vincere l’attrazione della luce in fondo al tunnel, per restituire il moribondo alla vita e all’affetto dei suoi cari.
Ma io, adesso cosa vedevo? Forse era troppo presto o troppo tardi per vedere un tunnel o per accorgermi di una luce. Forse avrei anche io notato l’attrazione irresistibile verso una meta luminosa. Forse anche io avrei presto avvertito il senso di pace e serenità raccontato dai protagonisti delle storie sui “ritorni”.
Eppure niente di tutta quella collezione di sensazioni e di immagini passava in rassegna davanti ai miei occhi, o per meglio dire, davanti al mio spirito. Quello che mi si parava davanti, un attimo dopo aver subito otto coltellate al fianco e al torace, era solo il buio. Il dolore lancinante e ripetuto che aveva pervaso il mio corpo. Nessun tunnel, nessuna luce, nessuna voce che mi invitava disperatamente a tornare indietro.
Ad un tratto il dolore scomparve e cominciò a farsi strada, in uno stato di
sospensione apparente del mio spirito, come in una sorta di galleggiamento nell’aria a pochi centimetri dal soffitto, la vista del corpo disteso a terra, immerso in una pozza di sangue.
Proprio così: la vita di Mark Spencer, cioè io, stava magicamente e tragicamente defluendo da quell’involucro corporeo che ne aveva, per 54 anni, trattenuto l’essenza e dato un senso all’appartenenza al genere umano.”

Secondo estratto

LA SPARATORIA:


“Il lunedì successivo ero in riunione con i miei collaboratori del Comitato di
Direzione. Stavamo discutendo dei risultati ottenuti e Francisco Garodo stava illustrando i numeri brillanti che la nostra filiale avrebbe raggiunto, grazie alle strategie vincenti messe in campo durante l’arco degli ultimi due anni. Avremmo chiuso l’anno come la filiale europea con il miglior fatturato e il miglior profitto. Mi stavo godendo le parole del direttore finanziario che, per noi, significavano stima e considerazione da parte di Londra, in aggiunta alla riconferma convinta di tutto lo staff e a bonus gratificanti di fine anno. Per gli azionisti inglesi, quei risultati significavano dividendi e crescita del valore delle loro azioni. Mi stavo crogiolando in silenzio per la presentazione di Garodo ma, al contempo, ero sul chi va là in attesa che Marie mi parlasse della telefonata dell’impostore. Erano le 11 quando, finita la riunione, mi diressi verso la mia stanza e mi fermai da Marie per rivedere l’agenda dei miei impegni della giornata.
«Buongiorno Capo», esordì Marie.
«Buongiorno Marie, come sta?»
«Tutto bene, si ricorda che alle 11:10 ha un incontro con Monsier Durand, il Presidente del Salon Logistics?» Domandò Marie.
«Assolutamente sì, è arrivato?» Chiesi.
«E’ in Reception che aspetta».
«Lo faccia aspettare una decina di minuti e poi lo accompagni da me».
«Ok, capo. Ah Mark!» Esclamò mentre stavo chiudendomi in stanza.
«Mi dica Marie».
«Ha chiamato un certo Rutherford, Robert Rutherford, chiedendo di lei. Quando gli ho detto che era in riunione e di specificare il motivo della chiamata, mi ha detto che avevate un appuntamento telefonico con lei per stamattina. Mi ha detto che chiamava per un lavoro e che avrebbe richiamato per parlare con lei. Che faccio se richiama?»
Ecco, ci siamo, l’impostore si è fatto vivo, pensai.
«Si faccia lasciare un recapito telefonico e gli dica che lo richiamiamo noi. Grazie mille Marie. Si ricordi di aspettare dieci minuti e poi vada a prelevare il signor Durand», conclusi prima di chiudere la porta alle mie spalle.
Ero immerso nei pensieri quando mi accomodai sulla poltrona e mi girai,
preoccupato, verso i tetti di Parigi. Dai vetri della mia stanza, all’ottavo piano di Palais de l’Hirondelle, godevo di una vista panoramica mozzafiato sulla città. Ero un privilegiato. Me ne rendevo conto ogni volta che mi sedevo su quella poltrona e mi giravo verso quella meraviglia. Ogni tanto mi ritrovavo a pensare a quanta strada deve macinare un impiegato e quanta polvere deve ingoiare una persona in un’azienda per arrivare dove ero arrivato io. Ma nulla è scontato o garantito. Arrivare in alto è strettamente dipendente da un’alchimia, spesso venefica. Non bastano gli studi, la preparazione umana e professionale, il bagaglio di esperienze fatte, gli anni sul campo, l’attitudine a capire come muoversi nel tempo e nello spazio dei rapporti umani. Tutto questo era la condizione necessaria ma non affatto sufficiente per il successo. Bisognava avere la fortuna di incontrare le persone giuste al momento giusto e poi, soprattutto, occorreva un’altra cosa fondamentale. Bisognava saper sfoggiare, all’occorrenza, anche una grandissima dose di cinismo. Le aziende sono piene di manager intelligenti e capaci. Preparati e acuti. Tuttavia sono veramente pochi quelli che, quando serve, sanno rinnegare se stessi, sanno ammaliare e blandire, sanno ammiccare e glissare. Quella è un’arte che o hai innata oppure non arriverai mai ai vertici di un’organizzazione imprenditoriale, per di più di stampo sovranazionale.”

Note dell’autore

Nella vita di ciascuno di noi accadono fatti che lasciano il segno. I fatti sono
fattori esogeni inviati dal destino che ci è stato assegnato, oppure sono i nostri comportamenti o quelli di coloro che vivono intorno a noi a determinare gli episodi di cui siamo protagonisti. Il tempo che passa ci appartiene e noi ne siamo completamente padroni fino a quando non diventiamo vittime di situazioni ostili come l’inganno, il raggiro o il tradimento. Allora ci accorgiamo che quello che pensavamo ci appartenesse, in realtà non è mai stato nostro. Voltandoci indietro ci
rendiamo conto che molta della fiducia riposta non è altro che tempo che ci è stato rubato.

Biografia dell’autore

Giuseppe Pantano nasce a Roma il 27 settembre 1963. Laureato in Economia e Commercio è Direttore all’interno del gruppo automobilistico Renault-Nissan-Mitsubishi.
E’ separato e ha 2 figli. Oggi vive a Milano con la sua compagna ed è un grande appassionato di tennis, sci e narrativa thriller/giallo.
Nella sua carriera ha avuto l’opportunità di viaggiare molto, scoprire molte città europee e di vivere per 2 anni a Parigi, imparando a conoscere in profondità le dinamiche di una azienda multinazionale di importanza planetaria. Proprio questa profonda esperienza lo ha spinto a scrivere “Il Tempo Rubato”, il suo primo romanzo.

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